Voce del verbo Progettare

Luca Bertocci

Vorrei parlare del primo verbo che mi viene in mente se penso il nome “vettore”. Ancor più perché mi sembra esattamente il verbo che problematizza, completa e lega l’azione ed il pensiero vettoriale al territorio. Questo verbo è “progettare”. Un verbo ecceduto però, come mostrerò, dalla stessa energia che mobilita, che dunque costitutivamente non può essere parlato e basta, ma immediatamente operato. Un verbo dalla cui voce bisogna farsi prendere, pena guardarlo in teca trasfigurato, pensando di essere al mondo. Che è precisamente il problema che qui si tocca.

Etimologicamente, vehere significa sia il trasportare senza intenzionalità, come fa la corrente di un fiume, che condurre a scopo un carico trasportato, cioè trasportare ciò che si ha addosso e di cui si ha responsabilità. Nel primo caso l’accento è sul mezzo e sul contesto, nel secondo sul contenuto: qui vehere comporta sforzo, indica il trascinare qualcosa che pesa e spinge al suolo o nel senso opposto, che fa attrito. Questa indecisione semantica si riverbera sul sostantivo, vector, che si riferisce sia a chi o cosa trasporta (soggetto o mezzo) che a chi è trasportato. Se – ad esempio – il passeggero (vector) è un re, costui gira comodo in lettiga per la città. È vectus ma sta (in città e sulla lettiga), non vi è vero movimento, il re rimane re placidamente e “città” lo spazio dove la propria immobilità – appunto – regge. Lo schiavo (vector anch’egli) invece, fa la fatica della rotta, veicola e lo regge. Va pesantemente, trascina e si trascina, vi è sforzo di resistenza e di scopo: il suo andare-per la città con la lettiga è da farsi, dipende dai muscoli e dal selciato. Per lui città è percorso, costante invenzione segregata. Vector è dunque agitato da e mistifica alienazione. Nomina ed opera la relazione servo e padrone, lo stato e lo strumento che li lega senza apparente soluzione di continuità.

Proicere, ugualmente, si contende in due significati. Ma diversamente. Da un lato significa gettare oltre e avanti qualcosa, o gettarsi in avanti, andare a o a prendere qualcosa facendo un salto. Il senso e l’ethos sono cioè quelli dell’afferrare, c’è un movimento costitutivo di nuova realtà, c’è un incremento voluto, intenzionale e orientato. Così, proicere indica il fare l’avvenire, costituirlo costruttivamente. Non a caso era usato in architettura per dire lo sporgersi concreto da qualcosa, di un elemento oltre una colonna o di una città verso il mare. Dall’altro lato, però, proicere viene a significare anche l’abbandonare, il lasciare andare e lo scivolare via, il prendere congedo. Dunque, in questo caso l’accento è negativo, non si impianta sulla realtà da fare ma su quella da cui strapparsi. Differentemente da vehere, non vi è però alienazione. Il soggetto non è in altro o altri (lo schiavo nel re e viceversa), è pienamente nella sua doppia esposizione ontologica. Non è contra-detto, ma affermato in pieno. Proicere non nomina, infatti, una condizione scissa, ma piuttosto aperta su due lati mutualmente costitutivi, l’un l’altro irriducibili e da cui prendere energia. È, si potrebbe dire, in piena disponibilità di sintassi. Come una retta, infinita per definizione, sta sul foglio con tratto lungo al centro e due più brevi sia a destra che sinistra ad indicarne l’interminabile apertura, così sta il proicere nell’essere. Le rispettive esposizioni al vuoto, via da e verso dove, sono il motore immanente al verbo, fanno insieme la sua voce, la dicono insieme e insieme ne dicono la forza, mai lo contraddicono. Al centro, posta in fuga ed a scopo, è una libera volontà. In vehere il soggetto è alienato, in proicere potenziato al massimo, esposto a e dentro tutto il suo essere, quello che non vuole più e quello che strappandosi vuole creare.

A primo sguardo, allora, potremmo dire che “progetto” è il sostantivo rivoluzionario di vector. È ciò che da dentro lo può portare via da la segregazione e fargli prendere tutta la propria forza e natura. È precisamente il sostantivo che lo strappa all’alienazione per esporlo subito a tutta la libertà e tutta la società.

Nella fatica e trascinando per luogo, infatti, il vector di sotto – lo schiavo – può separarsi dal vector di sopra, trasferendo con gioco di polso il concetto al movimento reale, inclinando la lettiga e decidendo di rovesciare, di far scivolare via il vector di sopra – il re – nel fosso. Così abbandonandosi si supera. Kairos: il vector di sotto è ora tutto sporto in avanti, vede la lettiga stagliarsi libera sulla città e si sente all’orlo di tutto il proprio essere, attuale e potenziale. Strappatosi alla galera del moto per luogo, gli si dispiega ora la prateria dell’attività produttrice di luogo. Vector è finalmente esposto da entrambi i lati a vuoti pieni di energia. Da questa superficie, la lettiga non trasporta più lo stato per la città ma, all’opera, ne prende i mattoni per ricostituirla trascinandola costruttivamente.

Così il vettore s-freccia in progetto e si sostanzia rivoluzionario: urbanizzandosi. Il segno freccia ne è ancora la figura alienata, privata com’è del proicere attraverso un’operazione inaspettatamente (soprattutto per chi vi vide il “progresso”) messianica. Del segno retta e della sua doppia apertura, infatti, quello freccia fa significativa sintesi. A sinistra, i tratti brevi si uniscono al corpo, ponendo l’origine come punto-avvento non generato. A destra, i due tratti si appuntiscono per trasfigurare l’illimite in coincidenza di telos e divenire, e dunque l’avvento – grazie alla piena continuità del corpo del segno – in destino. Dio. Tanto la freccia dice il suo inprogettabile eterno presente, quanto il segno liberato del vettore è immediatamente territorio, sistema abitato di cavi, istituzioni e infrastrutture vissute.

Facendo urbanisticamente l’avvenire (infra-strutturandolo), tecniche, opere e operai divengono un tutt’uno, si portano: tutto l’essere del proicere è preso per durare urbanisticamente dopo lo strappo e vehere il peso materiale dei prodotti costruendo nuova società e nuovo essere. Divenendo architetto collettivo, vector è ora piena attività costruttiva di opera comune, la sua tecnica e la sua politica coincidono. Vector è finalmente proiectus (aggettivo) e proiectum (sostantivo) cosmico: pronto e sporgenza, sempre duramente all’erta del nuovo, come un bel capitello o un braccio di porto, o corone di rampe, satelliti e gallerie.

Un primo aspetto del sodalizio necessario tra vettore e progetto appare allora ricostruito. Serve progetto per strappare vettore dalla sua alienazione costitutiva e farlo sfrecciare in opera comune. Si potrebbe dunque concludere che immaginare vettori di trasformazione territoriale voglia dire fare progetti di trasformazione territoriale. Che bisogna cioè appropriarsi del sostantivo da combattimento “progetto” e concepire la liberazione come produzione concreta della società e dell’essere, cioè la loro urbanizzazione. Progetto, sostantivo appunto, tanto peso quanto non metaforico, fatto di strappo ed immaginazioni tanto estreme e dure, quanto dura, turbolenta ed estremamente creativa è la natura, ovvero la materia energetica.

Tentare questo inizio, potrebbe già essere un primo argine al nichilismo della volontà e al messianesimo implicito in ogni freccia. Potrebbe abituarci a fare pensiero e organizzazione costruttive, non resistenziali, con tutte le conseguenze lessicali, comportamentali e immaginifiche che comporta. Un’attività teorico-pratica che non si fermi cioè alla diagnosi ma ci esponga almeno alla necessità e alla ricerca di tecniche operative, sogni e desideri per fare, ovvero urbanizzare, prognosi (plurale), cioè nuova produzione sociale nell’energia. Ma non è sufficiente.

Oggi infatti, per noi, per la critica sociale, “progettare” è verbo quasi abominevole, ne abbiamo paura. Non potendo però naturalmente ignorarlo, né riuscendo a lavorare questa paura positivamente, cerchiamo un po’ di mistificare il richiamo della sua voce col velo del rifiuto, un po’ di indebolirla. A tratti lo poniamo ostile, e ci fingiamo così di essere esposti al massimo di libertà, a tratti lo segreghiamo. Da un lato non vi facciamo più risuonare la spinta creativa, lo slancio, ma solo la loro trasfigurazione coloniale. Ecco che “progetto” ci sta di fronte come nemico mentre contestualmente ci abbandoniamo al progetto (surrettiziamente rimosso) – o meglio alla provvidenza – di qualche Dio buono, viva esso nelle piante o altrove. Dall’altro, e di conseguenza, tantomeno nel verbo progettare facciamo risuonare lo strappo, la decisione, se non appunto – per quanto fittizia – dal progetto stesso. Ecco allora che quest’ultimo ci sta di fronte indebolito. Perciò, quando convocato, sempre più il “progettare” si avvicina all’idea e alla prassi conservativa e gestionale della governance. Quando infatti non è miticamente disertato, la sua eco è impietrita. C’è cioè spesso un retrogusto di morigeratezza, di buona creanza museale nell’utilizzo del “progetto”. Forse peraltro indotto dall’abuso che del sostantivo si fa nel campo della ricerca scientifica dove, soprattutto nei settori umanistici, con “progetto” si intende una proposta di ricerca ripetitiva e conservativa venduta sotto le, paradossali, mentite spoglie dell’innovazione. Nel “progetto di ricerca”, difatti, opera sempre meno il gesto inventivo, e sempre più la tautologia (per ragioni strutturali a cui è difficile opporsi). Progetto è qui moneta scambiabile sul mercato della conoscenza, ruolo che uccide e mette in teca tutta la forza liberogena e creativa del proicere.

Questo miscuglio dialettico di rifiuto e reificazione a base di colpa in cui siamo intrappolati va però illuminato, districato e attraversato, sempre allo scopo di prendere e trattenere “progetto” quale sostantivo rivoluzionario del vettore, cioè come suo strumento liberogeno e trasformativo del territorio-società. Ora, vorrei farlo con l’altro verbo che si è prodotto in italiano da proicere, ovvero “proiettare”. La mia ipotesi è che questa seconda voce raccolga tutta l’alienazione del proicere, cioè tutta la scissione – e non l’apertura – che dal verbo si produce se il vuoto comanda sull’essere ed il soggetto, e non viceversa. Per questa ragione, io credo, il proiettare ha potuto tanto un tempo contenere il coloniale, quanto oggi può ospitare la volontà di indebolirlo, finendo però – proprio perché incapace di liberarsi del Messia e dell’alienazione – per intrappolarci e renderci inascoltabile l’altra voce, quella del verbo progettare. La scissione che la nostra lingua rende del proiecere ci aiuta allora a districarci ulteriormente tra i suoi rischi e le sue trappole, salvando il progetto e raccogliendo tutto il nichilismo e l’alienazione nel proiettare.

Non è un caso, infatti, che “proiettare” abbia detto il gesto cartografico. Ovvero quella operazione di trasfigurazione e alienazione del mondo epistemologicamente (cioè tecnicamente) possibile solo perché il suo soggetto è prima stato sia surrettiziamente rimosso, che posto come fermo ed in disponibilità di spazio-tempo continuo, omogeneo e piano di fronte. Nell’italiano proiettare, il proicere è così spinto alla sua massima alienazione, è stato, contiene il proiettato come destino certo in virtù della supposta linearità del percorso che lo divide dal proietto. Proprio per questo cartografia fu scienza essenziale al colonialismo, sua unità minima di significato, sua infrastruttura, tecnica, e ideologia sia militare che urbanistica. Ma proiezione, allora, dice il contrario del progetto.

Torniamo all’immagine etimologica dell’inizio. Solo il vector di sopra può infatti proiettare. Proprio perché nel vehere è l’unico che occupa la posizione dello stato, che è stato (nel senso anche di destinato a cadere?). Alla lettiga, allora, proiettare è verbo del re. Se progetto appariva sostantivo rivoluzionario dello schiavo, proietto è sostantivo conservativo del comando ed il re il suo soggetto. Fuori dallo sguardo, egli si sottrae – si nasconde come Ulisse sotto le pecorelle – per poter essere libero di proiettarsi e andare per la città. Proprio così si scopre reggervi, ed è proprio così che lascia tutto il progetto e la potenza positiva del proiecere al vero sub-iectum, a colui che non per volontà ma per costrizione è veramente gettato sotto, cioè lo schiavo. Egli, tutt’altro che fermo e nascosto, trascina infatti e si fa carico del peso, sa la città per scosceso selciato. Da questa prigione, progetto lo salva proprio perché è sostantivo che gli permette di non essere rimosso ma, mutando il gioco di polso e polpaccio in reicidio, esplicitarsi ed affermarsi in piena società. Contro la voce del verbo proiettare, cioè del re, Soggetto e Progetto tornano solidali e necessari per progettare il movimento dello schiavo in libertà.

Utilizzando sopra il gerundio riflessivo urbanizzandosi, ho cercato di nominare questa continuità costruttiva nell’essere nuovo attraverso cui vector diventa quello che potremmo chiamare “l’architetto sociale” e la sua riproduzione sociale, cioè l’operaio dell’opera comune, l’intelligenza collettiva costruttiva all’opera, che inclina lettighe e trascina città fuori di sé, cioè fuori di stato. La voce del verbo proiettare, voce di re che cade, aiuta allora a tenere vivo questo gerundio e a separare ancora il coloniale dal progettare. Racchiudendo così tutta l’alienazione nella voce di un altro verbo, potremmo iniziare ad avere meno paura del progetto e ad assumerlo a pieno respiro, abbandonando del proiecere solo il proiettare.

Ma ciò costerebbe la fatica della creazione. O meglio, ciò sarebbe possibile solo volendo assumere, eticamente, ontologicamente e politicamente la fatica della creazione, della produzione sociale come produzione urbana del mondo e dell’essere. Cioè non facendo comandare il vuoto. Perciò, piuttosto che separare le voci dei verbi, le teniamo in debole sinfonia, affinché si possa almeno – credendo nella bontà di Dio – ripetere. Questo intricato indugiare ci arreca un certo legittimo piacere. Da un lato è sforzo sicuramente minore, dall’altro essere edonisti è pur sempre naturale, per di più in tempi oscuri. L’esperienza-cinema rappresenta bene un simile (apparentemente buon) pantano, un simile stato. Elucidarla è forse un ulteriore passo necessario per non indugiare nel destino del noto Barone e contestualmente chiudere questo excursus.

In sala, alle nostre spalle si trova un proiettore. In lui riponiamo la piena e doppia fiducia del film: che vi sia per intero contenuto e che così uguale verrà proiettato sul maxischermo. In primo luogo, dunque, l’esperienza-cinema si fonda sullo stato. Allo stesso tempo, riponiamo piena fiducia nel buio, che solo permette il passaggio e, di conseguenza, supporta la fiducia prima nel proiettore. In secondo luogo, l’esperienza-cinema si fonda allora su Dio e la sua bontà. Mai come al cinema all’aperto, dove la notte non dipende da un interruttore ma dal girare del sole, si ha la percezione di quanto messianica sia l’attesa del tramonto. Sentiamo sempre un inquietante comune sospiro di sollievo quando l’oscurità salva il film, folle euforia che rivela tanto il nascosto comun timore che il sole sarebbe potuto rimanere, quanto la folle certezza che quel buio non sia la morte. La proiezione allora inizia. Ma affinché essa, e con lei la nostra gioia, siano possibili ci vuole una rimozione. Noi. Dobbiamo farci, appunto, soggetti del film. Nessuna testa che sbuchi nello spazio-tempo, nessuna voce che duri tra la sala. Dobbiamo stare sotto la linea del proiettore. Così, in terzo luogo, l’esperienza-cinema si fonda sulla nostra soggezione. Al cinema godiamo, certo, mentre la luce ci attraversa eterei e si realizza di fronte a noi. Ma godiamo di una simile separazione essenziale, della massima alienazione di un film-per-noi che ci impone di essere nulla, di esserci scomparendo, affinché sia-per-noi. L’esperienza-cinema è un simile inoperoso stato, un po’ messianico, un po’ ideologico, dove il proiettare regge in virtù di una sacra omogeneità tra ciò che ci sta alle spalle e ciò che sarà; della nostra soggezione; e della nostra fiducia nella bontà del Dio che certamente si nasconde dietro la notte. E di tutto ciò godiamo.

Ora, il triplice nichilismo e l’alienazione che questo quadretto rappresenta, che è tutto dentro alla voce del verbo proiettare e alle sue tecnologie, credo illustri una condizione soggettiva diffusa nella critica sociale. Dice il pantano dove scambiamo un di meno di fatica con un di più di piacere nel vedere, tra l’oscurità, un proietto realizzato.

Finito il film, infatti, eccoci nell’estate più torrida di sempre in Europa, in guerre tra stati e civili, succeduti ad anni di lockdown ed al primo genocidio in diretta tv. Chiediamoci, quanto di quello che abbiamo appena provato informa la nostra relazione con il progettare, trovandoci gettati in questa oscurità storica? Quanto il buio senza soluzione di continuità tra Sala e Storia determina ulteriore alienazione in società? Quanto la positiva esperienza del cinema, l’abitudine a quella, ci fa disertare la luce, credere in varie tipologie di dei buoni, abdicare alla generazione e alla presa creativa sull’essere?

Pensiamo soltanto a quanto (limitandoci al cambiamento climatico) la trasformazione territoriale, quando nominata, si imbriglia nella proiezione antropomorfa (affettiva, linguistica, filosofica!) sulla “natura”, nella sua personificazione e dunque nella surrettizia fiducia in lei e nei suoi Dei, che addirittura si starebbero ribellando. Pensiamo a quanto è un bel film, in fondo, quello che vogliamo vedere, che tutto dipende dalla proiezione di idilli tanto irreali e reificati, quanto proprio per questo possibili da contenersi nella macchina-proiettore dell’ideologia. Possiamo essere biasimati? Fino ad un certo punto. La crisi climatica ci fa paura, ci ansia. Ma non per questo l’unica via per attraversarla può essere rimuoverci. Ed è proprio ciò che facciamo, paradossalmente, continuando a indebolire la voce del verbo progettare convocando (e desiderando) la figura della comunità.

Per proteggerci, ci fingiamo questa singolarità autonoma e autopoietica, responsabile per sé della sua stessa creazione e libertà e dai suoi fuori minacciata, condizione che però tanto fa capolino nella materia energetica (nella lingua, nella storia, nella fisica elementare, nella cucina) quanto il pubblico al cinema. Figura infatti che deve proprio scansarci affinché da reificazione ideologica del passato, dal proiettore, possa raggiungere il maxischermo ed essere il nostro mito impietrito. Mito che si regge sulla rimozione della propria premessa – il comune, la carne viva in relazione, le sue paure – per trasformala in una mistica promessa: il pubblico di sala, che non si deve vedere affinché ci possa essere. Cosa è comunità se non questo massimo di cura alienata? È protezione, certo, ma tutta tendenzialmente girata dal lato della morte, benché proferiamo sia per la vita. È abbandono della creazione, vuoto mistificato perché possa ripetersi, puro proietto fondato sullo stato e la bontà di Dio. In comunità ci riconosciamo soggetti, per metterci al bando come soggetti. Che è precisamente il patto che regge la lettiga ed il moto del vector di sopra, del re, per la città.

Al cinema in un giorno a 43 gradi, a ben guardare e giocando di mito e di luce e con quel che resta della forza con cui ci trasciniamo in canicole, possiamo insomma scoprire, prendendo il buio per tutto quello che è e progettandoci, che niente delle pecorelle conduce destinalmente alle navi, che anzi la fiducia nel loro pascolo e nel Dio che avrebbe dovuto governarlo è mal riposta e non basta accecare il re. Serve anche ricreare la natura poichè, altrimenti, possiamo sempre ritrovarci in grotta, questo cinema condizionato, dove l’occhio del proiettore – Polifemo dell’inganno, lui il vero astuto – non ha bisogno di vedere per ricordare, cioè ripetere e proiettare. Al cinema, forse, possiamo capire che una siffatta vita val bene per due ore.

Separare dunque la voce dei due verbi aiuta a scovare una salvifica ambivalenza sotto la coltre di genocidi, abusi e mistificazioni con cui il colonialismo ha trasfigurato il “progettare”, rendendoci oggi – insieme – sia il verbo oscuro ed apparentemente intrattabile nella sua potenza che soggettivamente in massimo bisogno di tornare ad essere il suo vettore. Voltiamoci allora ad altro orizzonte. Progettiamoci a lottare non dentro la logica alienata della rappresentazione e della proiezione, ma nella presa costitutiva e costruttiva dell’urbanizzazione, nella rinaturazione di tutte le nature, per trasformare questo cambiamento climatico in un cambiamento esplicitamente politico del clima affinché, nelle sue opere e prodotti trattenuti (cioè inabitati), la natura umana possa essere finalmente la sua propria natura.

Ad un certo punto, abbiamo sentito la voce del verbo progettare. All’ennesimo sorriso di sapienza e stile aristocratico di Maryl Streep, il gusto ci ha prese in metamorfosi. D’improvviso ci siamo voltate e abbiamo guardato la luce negli occhi. Vectori, c’è voluto tempo affinché quella confusa generazione di bagliori, esplosioni, stelle pungenti e buchi si progettasse in costellazione, ma infine ogni pezzente fu al mare e tutti i diavoli vestirono Prada.

Copertina del primo numero di Teiko