Nuvole pesanti
Mattia Frapporti
Un nuovo spettro minaccia i territori, che necessita di nuove pratiche di resistenza. Uno spettro spesso invisibile, ambiguo, elusivo, eppure estremamente materiale e avido di risorse. È lo spettro del Cloud. Soprattutto, è lo spettro di chi possiede il Cloud e di chi ne giustifica la necessità a fronte di ogni pratica di tutela ambientale, sociale e, in ultima analisi, politica. È lo spettro di Big Tech, fuor di sigla: di Amazon, Google, Microsoft e compagnia cantante.
Come è noto, la struttura alla base del Cloud è tutt’altro che eterea e intangibile come il sostantivo ci vorrebbe trasmettere. Piuttosto, essa è composta da decine e decine di edifici simil-magazzini (i famosi datacenter) di proprietà delle grandi aziende tecnologiche, pieni di potenti hardware posti in parallelo utili a implementare la capacità di calcolo. Tali edifici sono tra loro connessi globalmente da una fitta rete di cavi in fibra ottica sotterranei o sottomarini (anch’essi proprietà delle stesse aziende) da cui passa oltre il 95% dei dati che produciamo o necessitiamo quando siamo su internet. Se non bastasse, per garantire (garantirsi) una maggior performatività, o supplire ai possibili bottlnecks che potrebbero interrompere questo flusso continuo di informazioni, le Big Tech stanno muovendosi per materializzare la loro presenza anche in spazi orbitali o sub-orbitali con progetti come Amazon LEO, il noto Starlink, o l’istallazione di nuovi datacenter nello spazio. Questo quadro impone un ragionamento e una analisi politica che muova da due direzioni tanto evidenti quanto inquietanti, e che necessitano di essere interrogate, sondate, dibattute e, in fondo, contrastate.
La prima sta nel consumo di risorse che questi attori producono per sostenere i loro interessi e i loro potenti (e pesanti) Cloud. Qui il punto è ramificato. Non si tratta soltanto di evidenziare gli impressionati consumi di energia che affliggono alcuni territori (è noto il caso irlandese, dove i datacenter consumano di più di tutte le abitazioni dell’isola, ma anche la Lombardia ne sa qualcosa). Né è sufficiente (benché necessario) soffermarsi sull’immenso consumo d’acqua per il raffreddamento dei sistemi, tanto da limitare in certi casi alle stesse popolazioni locali l’accesso a una risorsa tanto essenziale. Per completare l’analisi di questo punto è necessario aggiungere altri due tratti del cannibalismo di queste aziende. Da un lato, il consumo di suolo, anche in Italia. Il rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente del 2025 ha dedicato una intera sezione allo sviluppo di infrastrutture Cloud (e datacenter nello specifico) sul territorio, notando il crescente consumo di suolo che in previsione quinquennale si muoverà a un ritmo di crescita del 10% annuo. L’attenzione è dovuta, la guardia deve essere alta. Dall’altro lato, la spinta di queste aziende all’apertura di nuove centrali nucleari (definite Small), la cui minaccia ai territori è talmente evidente che non vale nemmeno la pena consumare risorse ulteriori per dettagliarla.
La seconda direzione sta nel processo di infrastrutturazione degli “spazi comuni”, i cosiddetti “global commons”. Oceani, spazi orbitali, ma anche Artico e Antartico sono sfidati da un processo di appropriazione attraverso infrastrutturazione. Processi estrattivi in alto mare e nelle regioni polari si aggiungono all’istallazione di infrastrutture di comunicazione lungo i fondali e le coste, o al lancio massivo di satelliti in orbita bassa a minacciare non solo la ricerca astronomica, ma anche il diritto di tutti e tutte a veder le stelle. Questo insieme di operazioni di Big Tech sta acquisendo non soltanto una sempre più evidente dimensione politica e geopolitica testimoniata anche dalla loro elevazione a obiettivi militari, come palesato dal conflitto iraniano. È anche grazie a tali processi che Big Tech diventa attore cruciale a supporto di operazioni militari o genocidiarie come accaduto a Gaza, e come accade in Libano, in Ucraina e in altri scenari bellici. La congiuntura globale di guerra si alimenta sulle infrastrutture di Big Tech, che minacciano i territori, gli attori umani o non-umani che li abitano, ma anche gli spazi comuni essenziali alla riproducibilità della vita stessa. È più che mai necessario insistere su delle traiettorie di ricerca che portino simili questioni al centro del dibattito. Per rispondere a necessità teorico-accademiche, certo. Ma, soprattutto, per affrontare sfide politiche che vedono il protagonismo di attori sempre più potenti e capillari. E continuare a resistergli e contrastarli.