Autonomia, ecologia e movimenti più che sociali

Andrea Ghelfi

Sesta estinzione di massa, crisi climatica, esaurimento dei suoli, acidificazione degli oceani, migrazioni forzate, distruzione delle foreste, scioglimento dei ghiacciai, siccità, regime di guerra. Questa è la nuova condizione (in)ecologica in cui siamo. Una condizione nella quale, per dirla con la filosofa Isabelle Stengers, le intrusioni di Gaia interrompono ogni idea di progresso storico, di umanesimo geocentrico, di natura passiva. Siamo sempre più esposte a tali intrusioni, e alle loro conseguenze. Territori da riparare, mondi da reinventare. Certo se guardiamo alla profondità, all’estensione spaziale e temporale della violenza inflitta dal colonialismo, dalla schiavitù, al rimodellamento degli ecosistemi o dai genocidi subiti dalle comunità indigene potremmo parlare di riparazione dell’irreparabile. Tuttavia le prospettive della riparazione ecologica e dell’autonomia simpoietica ci aiutano a pensare il tema della trasformazione ecologica e sociale a partire da due premesse forti: non c’è uno spaziotempo idilliaco a cui ritornare, perchè non ci sono le condizioni ecosociali per restaurare valori o condizioni di abitabilità materiale perse, e al contempo esistono atti e pratiche minori di cura e riparazione, le pratiche non-innocenti e non-neutrali dei movimenti più che sociali, che possono essere investigate a partire da una prospettiva specifica, quelle delle fragili materialità quotidiane che coinvolgono collettività umane e più che umane.

Da qualche anno la mia attenzione è rivolta a movimenti che, partendo da pratiche situate, stanno costruendo altri modi di abitare il nostro pianeta. Sono movimenti di pratiche che testimoniano l’emergere di una forma politica che cerca di produrre differenze specifiche nella configurazione ontologica del mondo attraverso la sperimentazione di pratiche materiali alternative. A partire da una domanda di giustizia generativa, questi movimenti creano forme alternative di esistenza e infrastrutture autonome, che implicano sempre l’intreccio tra umani e non umani, tra materialità e socialità. Il ritorno contadino che ripensa il rapporto tra autosussistenza e cura ambientale, l’agroecologia e le sue tecniche di rigenerazione dei suoli e di riattivazione della biodiversità, le reti alimentari alternative che connettono spazi rurali e urbani, i beni comuni ecologici che allargano oltre l’umano il fare comune multispecie, i molti comitati che resistono alle grandi opere dannose e a forme sempre più aggressive di estrattivismo, le resistenze urbane in difesa di boschi e nature inaspettate sono per me solo alcuni esempi di movimenti che fanno delle riparazioni territoriali il baricentro della propria politica tra le rovine socio-ambientali del tardo capitalismo.

Si tratta di movimenti spesso definiti come territoriali, radicati nel contesto socio-ecologico in cui agiscono. E certamente ogni riparazione ha bisogno di uno spazio concreto per esistere: una pratica di riparazione definisce i suoi confini di efficacia immediata, le alleanze locali e la pragmatica specifica della trasformazione quotidiana. Questi movimenti mi hanno insegnato a pensare il territorio oltre la dicotomia tra natura e cultura, a costruire comunità di pratiche, a pensare insieme, e in parte in modo nuovo, materialità e politica. A comprendere la politica autonoma a partire da una cultura sperimentale nella quale gli universi di referenza, le idee e i valori si esprimono dentro a sperimentazioni collettive singolari e territorialmente situate. A non disgiungere le forme di vita dal progetto trasformativo generale. Questi mi sembrano campi di intensità etico-politica per certi versi irreversibili.

E al contempo non c’è più tempo per isole più o meno felici: le reti di interdipendenza planetarie irrompono nel locale, basti pensare al cambiamento climatico, o se volete al regime di guerra. Quel tipo di immaginario non regge il ritmo di un mondo in frantumi. E ci forza a pensare la territorialità oltre la nozione di località, come il nome di una soglia di consistenza politica necessariamente multi-scalare in grado di tenere assieme cooperazione e conflitto dentro a un mondo sempre più terribile e inabitabile. La ricerca di un comune politico in grado di agire lungo il concatenamento tra pratiche riparative, contropoteri, e diritti della Terra ci ripropone il tema di come facilitare processi di organizzazione che allarghino la territorialità politica dei movimenti attraverso l’invenzione di dispositivi pratici in grado di sperimentare forme di articolazione, trasversalità e convergenze più che locali. Sul terreno della sperimentazione pratica diversi tentativi, a partire dal 2019, hanno provato a muoversi in questa direzione: dal tentativo di intrecciare i movimenti contro le grandi opere inutili e dannose con il protagonismo dei movimenti climatici, alle tappe di convergenza ecosociale promossa dal Collettivo di Fabbrica ex GKN, giusto per citare un paio di esempi. E tuttavia l’ecologismo politico, almeno alle nostre latitudini, continua a essere un campo frammentato che fatica a generare nomi comuni, universi di referenza e trasversalità ecosofiche oltre le specificità di lotte singolari.

Copertina del primo numero di Teiko