Confini. L’immaginazione fuggitiva in Shahram Khosravi.
Marina Misaghinejad
Quando si parla di territorio, il pensiero potrebbe correre alla sua delimitazione. Un territorio è, per definizione corrente, uno spazio separato da un altro mediante un confine. Questa evidenza cartografica occulta però la sua natura propriamente politica. Il territorio non è un dato naturale, ma una produzione storica che richiede atti continui di tracciamento, sorveglianza e naturalizzazione. Il confine non viene dopo il territorio, lo costituisce. Senza di esso esiste solo spazio indifferenziato, attraversabile, comune.
Ogni operazione di territorializzazione si fonda dunque su un atto di violenza originaria. Si tratta della separazione di un dentro da un fuori, la produzione di una differenza spacciata per naturale. Questa dinamica non riguarda solo la geografia fisica degli stati-nazione. Investe anche i territori esistenziali che abitiamo, come l'affetto, la parentela, la sessualità, la legittimità sociale. Anche lì esistono confini che separano ciò che è normale da ciò che è deviante, ciò che è riconosciuto da ciò che è escluso, ciò che ha diritti da ciò che è ridotto a mera sopravvivenza. Parlare di confine significa dunque parlare del potere che lo traccia, lo difende, lo naturalizza. E significa parlare di chi quel confine lo subisce, lo attraversa senza permesso, o lo abita come condizione permanente.
I confini nazionali sono tra gli artifici politici più riusciti della modernità. La loro efficacia non risiede soltanto nella capacità di selezionare e gerarchizzare i flussi umani, ma nell'aver imposto una rappresentazione del mondo in cui essi appaiono come un dato geologico, quasi eterno. La mappa politica, con le sue superfici piatte nettamente separate, ha interiorizzato nella coscienza collettiva quello che l'antropologo irano-svedese Shahram Khosravi definisce il pensiero del confine. Si tratta di una componente fondamentale della nostra epistemologia quotidiana, che organizza non solo lo spazio, ma anche tempo, relazioni, appartenenze, identità.
La prima mossa teorica di Khosravi è insieme semplice e radicale. I confini non sono innati, ma il prodotto di una storia politica, militare, giuridica e simbolica che ha successivamente rimosso le proprie tracce per presentarsi come ordine del mondo stesso. Come egli osserva citando Gellner, la cartografia politica moderna adotta lo stile di Modigliani, fatto di superfici piatte nettamente separate, senza ambiguità né sovrapposizioni. Questa rappresentazione non descrive una realtà preesistente, ma contribuisce a produrla.
Il confine è un atto performativo. Crea il dentro e il fuori, il legale e l'illegittimo, l'ordine e il caos. Lo fa attraverso un lavoro incessante di ritualizzazione. Passaporti, visti, divise, controlli, interrogatori sono rituali di attraversamento, passaggi liminali che riproducono quotidianamente il significato e la legittimità del sistema degli stati-nazione. La trasgressione di questi rituali, che si concretizza nell'attraversamento illegale, non è una semplice violazione amministrativa. È una trasgressione sacrilega che espone la natura costruita del confine, minacciandone la sacralità. È per questo che i trasgressori sono trattati con violenza sproporzionata. Non si punisce un illecito, si ripristina un ordine simbolico messo in crisi.
La funzione costitutiva del confine è la produzione di una differenza ontologica tra due tipi di esseri umani. Da un lato c'è il cittadino, il riconosciuto, colui la cui vita è politicizzata, dotata di diritti e di una posizione legittima nello spazio. Dall'altro c'è “l'illegale”, e le virgolette sono cruciali, colui che viene ridotto a nuda vita, spogliato di ogni status politico. Khosravi attinge qui alla categoria agambeniana di homo sacer, colui che può essere ucciso senza che la sua morte costituisca omicidio, perché la sua vita non è più iscritta nell'ordine giuridico-politico. L'immagine che utilizza è folgorante. La radiografia a raggi X dei migranti stipati nei camion, controllata ai valichi, mostra corpi come sagome bianche su sfondo nero. Sono nudi fisicamente, ma soprattutto nudi dei loro diritti politici, della loro storia, del loro nome, della loro dignità.
L'illegale non è tale per una qualità intrinseca della sua persona. È il confine che lo rende tale, collocandolo dalla parte sbagliata della linea. Questa inversione risulta dunque decisiva. L'illegalità non è un attributo ontologico, ma una posizione politica che il confine istituisce e riproduce. Non esiste cittadino senza illegale. Il confine produce entrambi come due facce della stessa medaglia. Lo stato-nazione non è quindi un contenitore neutro che gestisce flussi preesistenti, è un apparato produttivo di soggettività differenziali.
Ma il confine non agisce solo al valico. La sua efficacia si estende ben oltre la linea, interiorizzandosi nelle soggettività e nei corpi. Khosravi parla di sguardo di confine, border gaze. La sorveglianza e il controllo non cessano una volta ottenuto asilo o permesso di soggiorno. Persistono come una struttura che fissa il migrante come permanentemente straniero, permanentemente fuori luogo. Questo sguardo produce una doppia assenza, poichè il migrante non è mai pienamente del paese d'origine, troppo cambiato, troppo lontano, né mai pienamente del paese d'arrivo, sempre marcato come diverso, sempre sospettato di non appartenere veramente. Abitare il confine, anziché attraversarlo una volta per tutte, diventa l'esperienza primaria del territorio per chi è costretto a spostarsi.
A ciò si aggiunge una dimensione decisiva e cioè che il confine ruba il tempo. L'attesa forzata è essa stessa un dispositivo di disciplina. Procedure burocratiche infinite, permessi che non arrivano, ricorsi che si trascinano per anni, centri di detenzione dove il tempo si sospende. Tutto questo non è un effetto collaterale, ma una tecnica di governo. L'attesa impedisce la progettualità, blocca il futuro, trasforma il presente in un limbo. Il migrante non può mettere radici, non può pianificare, non può desiderare a lungo termine. Il suo tempo non gli appartiene. In un'epoca di crisi permanente, fatta di guerre, crisi climatica e precarietà strutturale, questo modello di disciplina attraverso l'attesa si sta estendendo a fasce sempre più larghe della popolazione. Il tempo rubato diventa così una forma di governo diffusa nell'epoca della precarietà generalizzata.
Khosravi non si limita però a una critica del confine come dispositivo di oppressione. La sua originalità sta nel trasformare la posizione subalterna in un luogo di produzione di sapere critico. Per fare questo si richiama esplicitamente al pensiero di Gloria Anzaldúa e al borderland thinking. Per Anzaldúa, il confine, geografico ma anche di genere, lingua, cultura e sessualità, non è solo luogo di violenza e ferita. È anche un luogo epistemico da cui emergono prospettive radicalmente diverse sul mondo. Chi vive sul confine vede ciò che da dentro, dal centro, dal territorio nettamente delimitato, non può vedere. Vede le contraddizioni, le arbitrarietà, le naturalizzazioni del potere. Perché le subisce. E subendole, le smonta, le studia, le impara a riconoscere.
Chi vive l'oppressione si ritrova quindi nella posizione migliore per comprenderne le strutture. Non per una presunta virtù naturale della sofferenza, ma per ragioni epistemologiche concrete. La conoscenza incorporata, carnale, dolorosa del confine produce un sapere che nessuna analisi distaccata può eguagliare. Questo implica un rovesciamento delle gerarchie accademiche e politiche convenzionali. La rappresentazione paternalista dei migranti come soggetti privi di capacità teorica, come corpi da salvare e voci da far parlare attraverso l'interprete benevolo, viene rifiutata. La persona migrante, proprio perché ha attraversato e subito i regimi di confine, possiede una teoria incorporata del potere che merita di essere ascoltata come tale, non come mera testimonianza o materiale grezzo per l'analisi.
Il cuore del pensiero di Khosravi non è però la denuncia, ma la fuga. La fuggitività non è mera sopravvivenza, non è il gesto disperato di chi abbandona per salvare se stesso. È invece rifiuto attivo delle condizioni materiali dell'oppressione. È produzione di nuove pratiche, nuovi saperi, nuove comunità. Ed è già una forma di liberazione, non solo il suo esito. Un esempio storico è decisivo. Le fughe degli schiavi dalle piantagioni nelle Americhe non erano atti individuali di disperazione. Erano momenti di rottura politica collettiva che creavano comunità autonome, maroon communities, fuori dal controllo schiavista, dove si sperimentavano nuove forme di vita, nuove economie, nuove relazioni. Ogni fuga era un buco nel sistema, una interruzione del suo funzionamento liscio. E ogni fuga mostrava che la schiavitù non era eterna, non era naturale, non era invincibile. La fuga la rendeva visibile e contestabile.
Lo stesso vale per i migranti contemporanei. Ogni attraversamento illegale del confine è un atto di disobbedienza al regime di mobilità differenziale imposto dagli stati-nazione. Non è solo sopravvivenza. È un dire no a un ordine che pretende di stabilire chi può stare dove, chi può muoversi e chi deve restare bloccato. Ma c'è un passaggio ulteriore, più interiore e soggettivo. Il passaggio dalla cattività alla fuggitività non è solo materiale. È anche una trasformazione della soggettività. Non basta attraversare il confine geografico. Bisogna anche attraversare il confine interiore, smettendo di pensarsi come vittime, come oggetti, come corpi da salvare, e iniziando a pensarsi come soggetti che agiscono, che scelgono, che costruiscono, anche quando lo spazio di manovra è estremamente ristretto.
Immaginare la libertà è già una forma di azione politica. Questa affermazione va compresa nel quadro di una teoria del potere come chiusura del possibile. Il potere non agisce solo attraverso la violenza fisica o la coercizione giuridica. Agisce anche attraverso la definizione di ciò che è normale, naturale, inevitabile. Ogni ordine politico produce un regime dell'immaginario, un insieme di immagini, narrazioni e simboli che naturalizzano le gerarchie esistenti, siano esse razziali, coloniali, nazionali, di genere o di sessualità, facendole apparire come l'unico ordine possibile.
La fuggitività si oppone a questo regime non perché offra un'alternativa già pienamente formata, come un manifesto o un piano, ma perché apre lo spazio. Dice che non è vero che questo è l'unico mondo possibile. Ne sta già vivendo un altro, anche se precario, anche se nascosto, anche se minuscolo. L'atto stesso di immaginare un'altra vita, un'altra relazione, un'altra appartenenza, un altro territorio, l'atto stesso di coltivare l'immaginazione come pratica quotidiana, è già una rottura del regime dell'immaginario.
Khosravi ricorda quindi le leggi anti-alfabetizzazione negli Stati Uniti schiavisti. I proprietari delle piantagioni avevano compreso che l'educazione era una minaccia diretta all'ordine razziale, perché uno schiavo che impara a leggere non è più solo un corpo, ma una mente che può immaginare la libertà. Ecco perché leggere era proibito. Ecco perché gli attacchi contemporanei ai Black Studies, ai Critical Race Studies, ai Gender Studies, ai Queer Studies, sia negli Stati Uniti sia in Europa, non sono incidenti isolati. Sono la continuazione di quella stessa guerra contro l'immaginazione. Allo stesso modo, i bombardamenti di scuole e università in Iran, Palestina, Afghanistan non sono effetti collaterali delle guerre. Sono bersagli specifici. Perché l'immaginazione critica è pericolosa per gli stati e per i regimi imperiali. Chi impara a pensare può iniziare a disobbedire. Chi legge può iniziare a sognare. Chi sogna può iniziare a fuggire.
La persona migrante incarna il confine stesso: non lo attraversa soltanto, non lo subisce soltanto. Lo è. Il suo corpo è una frontiera vivente. Sta nel mezzo, sospeso tra due mondi, due ordinamenti giuridici, due appartenenze, due lingue. Questa sospensione non è un deficit da rimuovere, ma una posizione politica. Da lì, dalla posizione del confine incarnato, si vedono le contraddizioni che da dentro non si vedono. Da lì si espone l'arbitrarietà del sistema degli stati-nazione. Da lì si apre la possibilità di un altrove. Il migrante non è in attesa di diventare cittadino, non è in transito verso una piena integrazione. È già, nella sua esistenza precaria e sospesa, una critica vivente dell'ordine territoriale moderno. La lotta politica contemporanea è anche una lotta sull'immaginazione. La posta in gioco è la possibilità stessa di pensare altri mondi, altre appartenenze, altri modi di abitare la terra che non passino per la naturalizzazione del confine e per la produzione dell'illegale come nuda vita.
La rilevanza di questo pensiero per una teoria critica del territorio è molteplice. Ci fornisce gli strumenti per denaturalizzare l'ordine degli stati-nazione e mostrare la sua origine violenta e contingente. Offre una teoria della soggettivazione politica dal basso, in cui le persone migranti non sono oggetti passivi di politiche ma produttori attivi di sapere e di pratiche. E più radicalmente propone una politica dell'immaginazione in cui la fuga, anche la fuga minima, quotidiana, interiore, è già un atto di liberazione.
Il confine è una ferita, certo, ma è una ferita pulsante e pensante. È il luogo da cui, paradossalmente, si può vedere meglio l'arbitrarietà del sistema che quella ferita l'ha prodotta. Ed è il punto di partenza per una pratica politica che non aspetta che le condizioni siano mature, ma comincia subito. Con un passo, su una strada sterrata, al buio. E il mondo potrebbe non essere mai più lo stesso.